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S. Freud
Analisi terminabile e interminabile
Ovviamente non si può pretendere che chi vuole diventare analista, prima ancora di occuparsi di analisi, sia un individuo perfetto,
e che quindi debbano dedicarsi a questa professione soltanto coloro che sono dotati di così alta e rara compiutezza. E comunque, donde e in
che modo potrà il poveretto acquisire quell'ideale attitudine che gli sarà necessaria nella sua professione? La risposta è: nell'analisi
personale, dalla quale prende le mosse la sua preparazione per l'attività futura [...]
A. Modell
Per una teoria del trattamento psicoanalitico
L'esperienza di livelli multipli di realtà appartiene alla nostra vita quotidiana, ma è nella letteratura che questo concetto
diventa particolarmente chiaro. Italo Calvino (1986 a) elaborò l'importante osservazione che ogni livello di realtà agisce su un altro
livello di realtà e lo trasforma. Questa profonda intuizione, congruente con la teoria di Huizinga sul gioco, può essere applicata al transfert.
Come ho descritto nei precedenti capitoli, le regolarità dell'assetto terapeutico o analitico funzionano come una cornice che delimita
al suo interno una realtà separata. Ma anche questa realtà separata è soggetta a trasformazione, in modo tale che il setting psicoanalitico
finisce con l'essere trasformato in un altro livello di realtà: il transfert dipendente/in funzione di contenimento.
Nel precedente capitolo ho descritto almeno due livelli di realtà presenti nella stanza d'analisi: l'analista e l'analizzando all'interno
del setting psicoanalitico, e l'analista e l'analizzando come essi sono nella vita ordinaria. Questa esperienza di livelli differenti di
realtà non solo è presente in letteratura, ma è una convenzione narrativa che viene data per acquisita. Utilizziamo un esempio banale:
in un film la narrazione viene a volte interrotta da una descrizione dei pensieri, delle fantasie e dei sogni a occhi aperti del protagonista;
ciò costituisce la rappresentazione di un differente livello di realtà. Questa convenzione cinematografica, un luogo comune che chiunque
accetta e comprende, deriva indubbiamente dalla convenzione teatrale molto più antica della ‘battuta a solo' rivolta all'uditorio, dove il
pubblico comprende che l'attore sta esprimendo i pensieri del personaggio. Il livello di realtà dell'azione narrativa è temporaneamente
interrotto, e il pubblico condivide l'illusione che gli altri attori non sentano quello che viene detto.
A. Freud in "Setting e processo psicoanalitico" a cura di C. Genovese
Problemi di tecnica nell'analisi degli adulti
Ci sono due modi in cui i giovani analisti tendono a reagire nei confronti della tecnica analitica. Il primo atteggiamento
ricorda quello delle ragazzine quando imparano per la prima volta a cucire: esse troverebbero il cucito abbastanza facile se non si pretendesse
da loro che mettessero un ditale. Come si può, si lamentano le ragazzine, con un intralcio così fastidioso sulle mani? E' proprio questo
l'atteggiamento di molti dei nostri candidati all'analisi: come ci si può aspettare che qualcuno mantenga la propria sensibilità e comprensione
quando si deve soddisfare un'intera serie di regole complicate? A questo punto nasce la pericolosa tentazione di gettare via le regole che si
sentono troppo restrittive. L'altro atteggiamento consiste nel nascondersi dietro le regole, nell'andare incontro al paziente non apertamente,
ma protetti da una barriera che, almeno nell'andamento normale dei casi, elimini la necessità di una azione indipendente. Ci vuole molto tempo
per convincere alcuni studenti in training che la tecnica analitica non è stata concepita per la loro protezione.
R. Grrenson in "Setting e processo psicoanalitico" a cura di C. Genovese
Variazioni nella tecnica classica
Allo psicoanalista chiediamo che si dedichi costantemente al benessere del suo paziente. Egli deve essere una figura fidata,
ricettiva, comprensiva, non intrusiva, come invece non sono state le persone che hanno avuto un ruolo decisivo nella vita del paziente.
Deve essere abbastanza vicino alla nevrosi dell'analizzando, in modo di essere comprensivo con lui, ma abbastanza lontano da mantenere
la distanza necessaria per una comprensione imparziale della relazione fra le pulsioni infantili e il comportamento da adulto.
Deve capire l'inconscio primitivo e tuttavia rimanere consapevole degli scopi della società civile. Anche se deve essere esperto
nell'utilizzare una grande varietà di moduli di comunicazione –compreso il silenzio-, deve essere altrettanto in grado di usare
le interpretazioni, di rendere conscio l'inconscio come leva più efficace e definitiva per influenzare il suo paziente.
Né la sua erudizione, la sua simpatia, i suoi bisogni istintuali, né i suoi ideali possono sostituire la sua conoscenza dell'inconscio
e la consapevolezza del fatto che il paziente ha bisogno di un insight che gli sia offerto da una persona in cui ha fiducia e che gli
trasmette comprensione e non gratificazioni o punizioni.
Il nostro obiettivo non è di rendere le persone felici o virtuose o efficienti. Il nostro scopo è di dare ai pazienti almeno una possibilità
di scegliere quel modo di vita in cui meglio possono realizzare le loro potenzialità. Soprattutto noi non siamo né educatori, ricercatori,
moralisti, né iconoclasti. Noi siamo portatori di comprensione e di scelte, né più né meno. Il nostro solo nemico è la tirannia delle
rimozioni, fissazioni e regressioni inconsce. Noi riteniamo che i nostri pazienti abbiano diritto alla propria individualità. Le nostre
preferenze personali sono un ostacolo e tendono a oscurare il nostro insight e a eliminare la nostra obiettività, e richiedono perciò una
costante autosservazione e autoanalisi. Noi lavoriamo per aiutare i nostri pazienti e non per procurarci dei seguaci, discepoli, convertiti
o complici. Il nostro obiettivo è di rendere possibile la nascita di un individuo maturo.
G. Di Chiara
L'incontro, il racconto, il commiato. Tre fattori fondamentali dell'esperienza psicoanalitica
Identifico nell'incontro, nel racconto e nel commiato tre elementi o fattori che caratterizzano ogni esperienza psicoanalitica:
quest'ultima sarebbe il prodotto dell'incrociarsi tra loro di questi tre elementi, del moltiplicarsi di questi tre fattori, che debbono dunque
essere insieme presenti nelle situazioni che indichiamo come esperienza psicoanalitica. … Bion ha cercato di spiegare un'attitudine funzionale
della mente analitica fondamentale e complessa con il concetto di revêrie. Revêrie della madre, così come dello psicoanalista, è capacità
di ricezione di comunicazioni psichiche del paziente, preverbali o verbali, emotive e fortemente indirizzate a trovare l'altro. Tale ricezione
deve dar luogo a una concomitante attività di elaborazione trasformativa dell'emozione nella mente dell'analista: questi, dunque, deve
immergersi in quell'emozione.
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